“Vado a vivere da solo”

L’odore del caffè la mattina, la maglietta che avevi sporcato la sera prima già pulita e profumata nell’armadio, la cena pronta e cucinata per te che finisci tardi la palestra la sera, la tua stanza sempre in ordine nonostante la tua cattiva abitudine di lasciare tutto dove capita, non preoccuparsi di aver dimenticato le chiavi di casa, tanto ci sarà sempre qualcuno che correrà in tuo soccorso. Tutte cose che diventano un lontano e sbiadito ricordo quando un giorno, ignaro di tutto quello a cui andrai in contro, ti viene l’idea di pronunciare cinque fatidiche parole che sconvolgeranno la tua vita per sempre: “Vado a vivere da solo”.

In quel momento credi di essere l’ultimo dei supereroi della Marvel, pensi che niente e nessuno possa scalfire la forza interiore di un semidio che senti di avere in quegli istanti e armato di una valigia più grande di te, piena di vestiti e di speranze nel futuro, varchi la porta di casa, saluti tutti e la chiudi alle tue spalle. Così scendi le scale e con un bel sorriso, speranzoso e fiducioso in quella nuova vita che per te sta iniziando, ti dirigi verso l’aereo o il treno che ti porterà finalmente a “casa tua”.  Quello che però ancora non sai, è che la realtà con cui andrai a scontrarti è ben lontana dal mondo idilliaco che avevi immaginato, ma che soprattutto non avevi affatto considerato tutta una serie di azioni quotidiane che ora dovrai gestire da solo e saranno tutte varianti che contribuiranno ad alimentare il “trauma del distacco da casa”.

Si, perché non importa quale sia la motivazione che ti spinge ad andare via: se la voglia di metterti in gioco, l’insoddisfazione della vita attuale, tentare la fortuna, aver trovato un lavoro o il matrimonio e neanche l’età in cui decidi di farlo, perché che tu lo faccia a 18 piuttosto che a 40 anni, effettivamente credi solo di sapere quello a cui andrai in contro, ma in realtà non hai considerato nemmeno la metà di quello che accadrà.

Il primo, grande ostacolo lo incontri una volta aperta la nuova porta di casa. Infatti, che si tratti della casa che hai arredato per mesi e con cui andrai a vivere con il coniuge, una semplice stanza o addirittura, come è capitato a me, un letto in una casa condivisa con ragazze di nazionalità diversa, i tuoi punti di riferimento sono spariti. Per cui entri e la prima cosa che fai è guardarti intorno con un po’ di smarrimento, cerchi il divano su cui hai passato notti intere a guardare film, il tavolo della cucina su cui facevi le tue colazioni ancora con un occhio chiuso e l’altro aperto, la tua meravigliosa doccia che ha ascoltato più canzoni della giuria di Sanremo, ma nulla. Tutto ti sembra amorfo, strano, quello che c’è non lo riconosci come tuo, come un po’ quando entri in una camera d’albergo; però cerchi di superare questa situazione di disagio, mista a nostalgia di casa, con la convinzione di aver fatto la scelta giusta. Per cui con tanto ottimismo prendi la tua enorme valigia e decidi di riempire cassetti e armadi di cose tue, un po’ come fanno i cani quando marcano il territorio.

Ora, volendo solo rapidamente accennare al “momento spesa” in cui ti ritrovi a percorrere le corsie del supermercato con la metà del carrello pieno di “cose inutili” nonostante la lista delle”cose da comprare” stilata per ben due ore, è il momento in cui il tuo “secchio dei panni sporchi” diventa pieno come una botte che mette seriamente a repentaglio la tua voglia di indipendenza. Allora diciamoci la verità, per quanto autosufficienti si possa essere quando stai a casa tua: “Chi è l’incaricata a fare il bucato?” “ La mamma!” “ E di cosa si è preoccupata di dirti la mamma prima che partissi?” “Che i bianchi vanno con i bianchi, i neri con i neri e i colorati a parte…e stai attenta al rosso che scambia”. Oooh! Tutto chiaro! Prendi il secchio, un po’ disgustata nonostante siano le tue cose e le dividi (nel frattempo ti chiedi: “Ma come cavolo fa mia madre a fare il bucato di tutti”), per cui vai verso la lavatrice o scendi come me sotto la pioggia per andare a fare quella pubblica e metti tutto dentro, ripetendo in mente  come una cantilena quello che tua madre ti aveva detto. Ecco il problema: le sue parole finivano con 60° e start! Tu ovviamente ti avvicini e cerchi la rotellina con i gradi, ma non c’è! Problema, enorme problema! Inizi a fissare la lavatrice in preda ad un attacco d’ansia, giri lo sguardo cercando aiuto, ma non c’è nessuno. Sei solo tu e la lavatrice che ha una serie infinita di manopole con segni strani che un papiro egiziano era di gran lunga più decifrabile, ma non i gradi. Allora inizi a chiudere gli occhi e implorare qualche divinità affinché la possa far comparire, ma nada. E cosa ti viene in mente di fare? “Chiamo mamma”. Ora, tralasciando l’umiliazione nel dover ammettere a te stessa che a trent’anni quasi (parlo per me ovviamente) non sei in grado di mettere in funzione quel dannatissimo oggetto e i sensi di colpa che ti vengono perché l’hai quasi svegliata (perché ovviamente la prima lavatrice la fai la sera), nella stragrande maggioranza dei casi parte una litigata tra te e tua madre che, a confronto, la Guerra dei cent’anni è durata meno. Perché le sue parole sono: “Ma come non ci sono i gradi, ma vedi bene”. VEDI BENE? Cioè tu hai già messo in discussione la tua intelligenza che era una delle poche certezze della tua vita, in più ci si mette anche lei che non crede alle tue parole. E fidatevi non ci crederà mai. Per cui con tanta pazienza cerchi goffamente di spiegarle quei segni indecifrabili: “Allora vedo una cosa tipo un trapezio aperto sopra” oppure “Ci sono tre linee che sembrano onde”. Ma lei resterà sempre convinta che sia tu a non vederli; per cui dopo aver battibeccato per un tempo indefinito non ti rimane che chiudere la telefonata, guardare la lavatrice con aria di sfida e far partire un programma a caso, nella speranza che poi non vi escano le maglie “taglia Barbie” come a me.

Ed poi arriva la fine della giornata, quando la stanchezza prende il sopravvento ed è tutto pronto per andare a dormire, ma anche per vivere il “trauma dei traumi”. Si, perché è quando la tua giornata non si conclude con il consueto: “Buonanotte Mà!” urlato da qualsiasi stanza ti trovassi e ti infili in un letto che è ancora duro perché non ha ancora la forma del tuo corpo, che inevitabilmente rifletti sul fatto che da quel momento in poi si è chiuso un ciclo e che d’ora in avanti sarai tu, da sola, a dover affrontare tutte le sfide quotidiane, fermo restando le telefonate che continuerai a fare a tua madre quando non saprai che detersivo usare per pulire il bagno o quando ti servirà la ricetta della pasta al forno da cucinare la domenica. Perché se è vero che “era pure arrivato il momento di andar via” e che alla fine diventerà tutto la routine quotidiana, si, della nuova casa ne vai fiera perché racconta chi sei diventata, ma quella che invece porterai sempre nel cuore è una sola.

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8 Risposte a ““Vado a vivere da solo””

  1. Emilia Guadagno dice: Rispondi

    Bello! Mi è piaciuto molto….Molto veritiero.La tappa obbligata di un ulteriore taglio di cordone ombelicale….Ma dopo un pò ci si abitua a tutto e la propria casa prende forma, così come il desiderio di privacy e indipendenza….È la vita! Si cresce….

    1. Grazie Emilia. Ci fa piacere che ti sia immedesimata nella storia. Hai ragione, la vita è così..ogni scalino ci permette di crescere.
      Continua a seguirci e facci sapere cosa ne pensi.

  2. Che belle parole…,e quanta maturità! E in effetti tale madre….

    1. Grazie Ida.La nostra missione è quella di strappare un sorriso e spesso anche una bella risata.

  3. condivido appieno l’angoscia del primo bucsto! in viaggio di nozze nelle ore di volo per il rientro la mia domanda era: ora che si torna a casa, saprò far funzionare la lavatrice? quale programma? quale detersivo? quali tempereture?? dopo anni ancora cambio programma di volta in volta e …sperimento…😉

    1. Ok…speriamo di imparare prima o poi. Grazie per il tuo affetto!

  4. Tanti smile per queste righe che raccontano l’ inizio di una seconda fase della vita e non una fuga dalla prima.

    1. Grazie Anna, in effetti le esperienze non sono mai una fuga..hai proprio ragione!

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